- Titolo dato durante un compito in classe -
Sulla prima pagina satinata di un giornale di moda si trova la foto sfarzosa di una modella. Porta una maschera di piume. Sorrido. Perché mettere una maschera a coprire un viso finto? Chiudendo il giornale rifletto sul mio stesso pensiero.
La maschera. In fondo tutti ne portiamo una ogni tanto. Io stessa, trent’anni, un lavoro fisso ed un aspetto fin troppo normale, ne porto una. Certamente quando sono costretta a parlare con quell’arachide rinsecchita della mia collega o quando avrei voglia di discutere con mio marito ma so che sarebbe fiato sprecato e, puntualmente, lascio perdere.
La vita ci spinge a recitare. Il cosiddetto “buon viso a cattivo gioco” siamo tutti capaci di farlo. Che poi i motivi siano buoni, e i fini anche, è solo un contorno che rende più o meno interessante la nostra scenetta.
Sono andata a teatro l’altra sera, un monologo di un’attrice che fingeva di dialogare, ma sulla poltrona al suo fianco non c’era nessuno. Ed io ho pensato che fosse brava. Avevo speso bene quei dieci euro.
Adesso però penso che saremmo tutti bravi attori, anzi spesso, troppo spesso, diventiamo una cosa che non siamo giusto per compiacere le circostanze e non incasinare troppo le nostre vite. Volenti o nolenti, partecipiamo tutti ad un grande spettacolo.
Non dico che siamo burattini i cui fili siano mossi da un destino definito senza che noi ce ne possiamo liberare. Siamo noi gli artefici delle nostre scelte, le quali hanno il solo difetto di non poter essere cambiate una volta compiute. Ma penso che a volte, a causa di esse, dobbiamo aprire il nostro armadio e togliere la polvere dalla maschera che ci serve, cercandola tra scheletri vari e vestiti che non metteremo mai.
Il teatro ha la funzione di riprodurre la vita di qualcuno, reale o fantastica che sia. La vita fornisce gli elementi di maggiore spettacolarità al teatro.
E allora mi domando: perché pagare qualcuno per vederlo recitare? Ovvio, il piacere di farlo non lo metto in dubbio; ma essendo noi un gran corteo di finti personaggi, pagliacci o eroi politici, o maschere del melodramma e dell’auto commiserazione, è ridicolo a pensarci bene. È parecchio triste essere il fenomeno da baraccone della situazione e, alla fine, si può solo ignorare questo fatto passandoci sopra con una risata dal fondo amaro.
Chiunque abbia la fortuna di fare da Spettatore, sempre esista questo qualcuno, sarebbe pregato di farmi uno squillo e spiegarmi come cavolo si fa.
Intanto torno al lavoro. Il monologo è finito, andate in pace.
lunedì 11 maggio 2009
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