lunedì 11 maggio 2009

Nella musica affonderei...

- Riflessioni ispirate da un momento di sconforto -


Volentieri, con una ninna nanna ad accompagnarmi,
scenderei,
ad ogni nota del pianoforte
sempre più giù
fino ad affondare nella musica,
nel torpore gradito che mi protegge dall’acuto e penetrante
suono del dolore.
E non sentirei altro che morbide vibrazioni, e sognerei,
sognerei di non ritornare più dove i rumori sono forti,
dove le mie lacrime mi affogano.
Non vorrei vedere altro che i miei sogni e
riviverli con il lieto fine che non hanno mai avuto.
Non vorrei che ripensare a ciò che non ho vissuto.
E violini, un dolce accompagnamento di violini,
violoncelli ed arpe.
Un carillon così pieno di armonia, dolce e morbido,
a cullare ciò che è rimasto del mio cuore.
Un valzer per farlo danzare e battere ancora.
E farlo rinascere, felice, innamorato di ciò che
mai lo potrà tradire. Nell’amore
di una musica dolce
che piano
nel silenzio
irrompe. E lo riempie.
Solo allora rivivrò.
solo allora diventerò l’anima senza corpo che torna
da dove è venuta.
Libera finalmente dalle pesanti catene della confusione.

Gli occhi

- Racconto scritto durante la lezione di italiano -

Almeno una volta nella sua vita aveva pensato che sarebbe stato felice per sempre. Almeno quella volta in cui aveva avuto l’opportunità di guardare nei suoi occhi per un istante che gli era parso eterno.
Quando si svegliò e vide soltanto il cielo grigio che lo salutava dalla finestra, la sua disillusione toccò l’apice. Avrebbe tanto voluto poter rimanere a casa e cercare di riprodurre in qualche modo quegli occhi con carta e penna, ma il fastidioso rumore della sveglia insisteva per farlo uscire dalle sue fantasie. Con svogliatezza si vestì e si diresse, come sempre, verso l’ufficio.
Una volta entrato non salutò nessuno. Era ancora ipnotizzato dallo sguardo di lei, onirica presenza che non lo lasciò nemmeno per un istante. Giunta l’ora di tornarsene a casa, pioveva a dirotto. Senza ombrello, incurante dell’acqua ghiacciata che pareva volerlo scuotere, si diresse al primo bar all’angolo. E lì, per la prima volta durante l’arco della giornata, riuscì a vedere con chiarezza.
Lo sguardo di lei, il bellissimo sguardo di quella ragazza che - sembrava impossibile - lui aveva sognato quella notte. Senza indugiare la seguì appena e lei, con un sorriso in risposta all’espressione attonita che non si era accorto di avere dipinta in viso, uscì in fretta da quel locale.
E così lui la rincorreva, impassibile a tutto fuorché lei, mentre di corsa, sfuggevole, la preda scappava per le vie cittadine. E mentre i loro piedi disegnavano tracce intricate, sull’acqua sempre più nera al calare della notte, instancabile lei attraversò la strada.
Lui la seguì.
E solo allora, improvvisamente, quando il buio più nero lo avvolse e il bianco più splendente lo accecò, capì la verità su di lei. La verità sulla Morte.

Quando la vita è teatro?

- Titolo dato durante un compito in classe -

Sulla prima pagina satinata di un giornale di moda si trova la foto sfarzosa di una modella. Porta una maschera di piume. Sorrido. Perché mettere una maschera a coprire un viso finto? Chiudendo il giornale rifletto sul mio stesso pensiero.
La maschera. In fondo tutti ne portiamo una ogni tanto. Io stessa, trent’anni, un lavoro fisso ed un aspetto fin troppo normale, ne porto una. Certamente quando sono costretta a parlare con quell’arachide rinsecchita della mia collega o quando avrei voglia di discutere con mio marito ma so che sarebbe fiato sprecato e, puntualmente, lascio perdere.
La vita ci spinge a recitare. Il cosiddetto “buon viso a cattivo gioco” siamo tutti capaci di farlo. Che poi i motivi siano buoni, e i fini anche, è solo un contorno che rende più o meno interessante la nostra scenetta.
Sono andata a teatro l’altra sera, un monologo di un’attrice che fingeva di dialogare, ma sulla poltrona al suo fianco non c’era nessuno. Ed io ho pensato che fosse brava. Avevo speso bene quei dieci euro.
Adesso però penso che saremmo tutti bravi attori, anzi spesso, troppo spesso, diventiamo una cosa che non siamo giusto per compiacere le circostanze e non incasinare troppo le nostre vite. Volenti o nolenti, partecipiamo tutti ad un grande spettacolo.
Non dico che siamo burattini i cui fili siano mossi da un destino definito senza che noi ce ne possiamo liberare. Siamo noi gli artefici delle nostre scelte, le quali hanno il solo difetto di non poter essere cambiate una volta compiute. Ma penso che a volte, a causa di esse, dobbiamo aprire il nostro armadio e togliere la polvere dalla maschera che ci serve, cercandola tra scheletri vari e vestiti che non metteremo mai.
Il teatro ha la funzione di riprodurre la vita di qualcuno, reale o fantastica che sia. La vita fornisce gli elementi di maggiore spettacolarità al teatro.
E allora mi domando: perché pagare qualcuno per vederlo recitare? Ovvio, il piacere di farlo non lo metto in dubbio; ma essendo noi un gran corteo di finti personaggi, pagliacci o eroi politici, o maschere del melodramma e dell’auto commiserazione, è ridicolo a pensarci bene. È parecchio triste essere il fenomeno da baraccone della situazione e, alla fine, si può solo ignorare questo fatto passandoci sopra con una risata dal fondo amaro.
Chiunque abbia la fortuna di fare da Spettatore, sempre esista questo qualcuno, sarebbe pregato di farmi uno squillo e spiegarmi come cavolo si fa.
Intanto torno al lavoro. Il monologo è finito, andate in pace.